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Il crimine più efferato non legittima l’abuso di autorità contro il reo

La vicenda tragicamente salita agli onori della cronaca per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, aggredito a morte in una serata d’estate romana, dagli americani Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee pone, ancora una volta, all’attenzione di noi tutti la necessità di una riflessione seria sul trattamento riservato alle persone arrestate e/o detenute nel nostro Paese.

Uno Stato di Diritto non è soltanto quello che assicura il presunto colpevole alla giustizia, tenuto a tutelare le vittime e ad assicurare l’ordine pubblico ma dovrebbe essere anche quello che non si abbassa al livello del criminale, lo giudica secondo i principi costituzionali e applicando le leggi dello Stato.

La foto diffusa del ragazzo americano Christian Gabriel Natale Hjorth, bendato dalle forze dell’ordine, così presentato e gettato in pasto alla folla inferocita che grida vendetta rimanda – ricordando solo due tra i recenti casi più gravi ed eclatanti - all’arrivo dell’estradato Cesare Battisti tra fotocamere festanti o, peggio, al vergognoso trattamento riservato a Stefano Cucchi e per il quale l’Italia, negli ultimi anni, ha perso molta della poca credibilità che gli restava.

La foto del ragazzo bendato rischia soltanto di essere un’arma di denegata giustizia per l’ingiusta morte di un componente delle forze dell’ordine che ha pagato con la vita il suo servizio a favore della nazione.

Risulta a dir poco paradossale che tale denegata giustizia possa scaturire proprio dalla condotta di suoi colleghi che, anziché essere i primi tutori della legalità, talora attraverso condotte barbare, tanto quanto quelle dei carnefici e dei criminali, si ergono a paladini di una giustizia che, secondo la loro personale interpretazione, non sarebbe quella processuale quanto quella basata sulla violenza derivante dall’abuso di autorità, cioè dall’abuso che esercitano attraverso il ruolo da essi rivestito.

Tanto accade in totale spregio della Costituzione che punisce ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà e nell’indifferenza assoluta verso le leggi dello Stato che sarebbero chiamati ad onorare e a rispettare, rendendosi anche autori essi stessi di reati (vedasi art. 608 c.p. e altri).

In tal modo costoro rischiano di gettare solo discredito sul corpo di appartenenza e sollevano seri dubbi sull’idoneità di molti appartenenti alle forze dell’ordine nell’ambito penitenziario a poter essere effettivi e fedeli servitori dello Stato.

Si tenga conto che in più occasioni la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 CEDU, che prescrive il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti, ponendo l’attenzione sull’inidoneità dell’ordinamento penale italiano nel sanzionare i fatti qualificabili come tortura e sulla necessità - sollecitata anche a livello internazionale - di introduzione del reato di tortura (art. 613 bis c.p.).

Ciò nonostante, anche a seguito dell’introduzione del reato di tortura, ad oggi la situazione non sembra migliorata e gli eventi di trattamenti inumani o degradanti, avvalendosi anche di violenza fisica o morale e abusando della propria autorità, inducono ad una riflessione seria nelle sedi preposte e anche alla predisposizione di adeguati correttivi, nuove soluzioni ed eventualmente provvedimenti legislativi adeguati.

L’Italia - è bene ricordarlo in tempi di populismo imperante e giudizi sommari da piazza e da talk show – rimane pur sempre il Paese di Cesare Beccaria il quale circa duecentocinquant’anni fa con il celebre “Dei delitti e delle pene” ci lasciava in eredità una tradizione giuridica che dovrebbe rappresentare ancora la base di ogni popolo civile e di ogni Stato di Diritto: “Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può togliergli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata”.

In conclusione: umanità e dignità sono valori irriducibili di ogni uomo, anche se colpevole. Non importa che sia un ragazzo americano o uno spacciatore, una persona che si chiama Riina, un volto noto, un poveraccio arrivato in barcone, un appartenente alle forze dell’ordine o un ricco italiano.

di Giovanni Palmieri, Avvocato penalista
(Foro di Roma)